Il Calendario Romano - Il Sapere Storico. De Historia commentarii

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Februarius (Febbraio)

Il Sapere Storico. De Historia commentarii
Pubblicato da Andrea Contorni R. in B-Febbraio · 25 Gennaio 2021
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Lupercalia di Andrea Camassei (1602-1649).

Febbraio, in base all'antico Calendario romano, è il mese della  purificazione e del ricordo dei defunti. Il nome di questo mese deriva dal latino "februare" ovvero "purificare", dedotto da Februus. Questi era un'antica divinità etrusca, dio della morte e appunto della purificazione. Nella mitologia romana fu traslato in Febris (o Februa), dea minore della febbre, associata alla guarigione o anche epiteto di Giunone ("Iuno Februata"). Febris non aveva una propria leggenda divina, ma era una figura della quale si cercava la protezione per guarire da diversi malanni e per non incappare nelle terribili febbri che erano comuni a causa delle zone malsane e paludose del "Latium Vetus". Seguendo Varrone, probabilmente gli stessi Sabini adoravano questa antica divinità. Le caratteristiche della Febris romana si presentano pertanto come una commistione tra l'elemento etrusco e quello sabino. In seguito alla riforma del Calendario promossa da Numa Pompilio nel 713 a.C., "Februarius" era il secondo mese dell'anno civile (secondo Macrobio e Plutarco). Considerando i suddetti autori, la "purificazione" doveva avvenire nel mese precedente l'inizio dell'anno sacro stabilito a marzo ("Martius"), in base al calendario religioso che seguiva quello romuleo a dieci mesi. Ovidio nei Fasti sostiene un diverso ordine dei mesi con "Februarius" posto come ultimo mese dopo "December" e prima di "Ianuarius". La "purificazione", in questo caso, potrebbe essere intesa come un modo di rimediare agli errori e alle mancanze dell'anno appena trascorso. "Februarius" conteneva festività complesse. Nella giornata del 13, ricorrevano i "Parentalia" una festività a carattere privato in onore dei defunti di famiglia che durava nove giorni. La ritualità terminava con un banchetto in memoria dei cari venuti a mancare. Il giorno 15 culminavano i "Lupercalia" (iniziati anch'essi il 13), festività in cui si celebrava Fauno. "Lupercus", identificato in origine come il lupo sacro a Marte, venne in seguito considerato un epiteto di Fauno ("Faunus Lupercus", protettore del bestiame dai lupi) per essere infine assimilato a Silvano (il romano Pan). I "Lupercalia" si svolgevano dinanzi alla grotta "Lupercale", ai piedi del Palatino e includevano sacrifici di capretti a cura di giovani sacerdoti semi-nudi. La leggenda narrava che Romolo e Remo furono allattati dalla lupa proprio in quella caverna. I "Quirinalia", in onore del dio Quirino (identificato con Romolo), ricadevano nel giorno 17 mentre il 21 avveniva una commemorazione comune di tutti i defunti: i "Feralia" chiudevano infatti i "Parentalia". I romani portavano doni ai morti, (nel termine "Feralia" ritroviamo la radice del verbo "fero" - "portare"), recando offerte floreali e libagioni alle tombe degli antenati. Avevano luogo anche importanti cerimonie pubbliche con offerte e sacrifici ai "Dii Mani" in nome dell'intera comunità. Curiosa e misteriosa le festa del "Regifugium" che avveniva il 24 febbraio nei "comitia calata". Un sacerdote, chiamato "Rex sacrificulus", si dava alla fuga dopo aver celebrato un sacrificio nel Foro. Ovidio ritiene che la cerimonia commemorasse la cacciata da Roma di Tarquinio il Superbo. Più probabilmente il "Regifugium" era legato alla "sparizione" del Sole durante il solstizio invernale. Il mese si chiudeva con i "Februalia" che includevano riti di purificazione in onore della dea Febris.

I Feralia

Nella religione dell'Antica Roma, ogni anno, il 21 Febbraio, avevano luogo i Feralia, una festività dedicata ai morti. Il 21 Febbraio corrispondeva all'ultimo giorno dei Parentalia, una festività a carattere privato in onore dei defunti di famiglia che durava nove giorni (dal 13 al 21 di Febbraio). Nei Parentalia, il culto dei morti rimaneva circoscritto all'interno dei riti domestici. Al contrario nei Feralia, i romani erano chiamati a portare doni ai morti, recando offerte alle tombe dei propri antenati. Nel termine "Feralia", ritroviamo infatti la radice del verbo "fero" che in latino significa appunto "portare". In questo giorno avvenivano anche cerimonie pubbliche con offerte e sacrifici ai "Dii Mani" a nome dell'intera comunità. I Feralia erano una festività antichissima che le fonti romane fanno risalire ad Enea con l'usanza di donare ai cari defunti, ghirlande di fiori, spighe di grano e pane imbevuto nel vino. I templi rimanevano chiusi, i magistrati non potevano indossare la toga pretesta e sussisteva il divieto di celebrazione dei matrimoni. Il culto e il rispetto dei morti era molto sentito dai Romani con tradizioni come il dono dei fiori che si sono tramandate fino ai giorni nostri.

Bibliografia:
- "La religione romana arcaica", Georges Dumézil, Bur (2017).
- "Almanacco Pagano. Festività e miti dell'Antica Roma", Pandemia, MacroEdizioni (2004),



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