I Colossi di Memnone - Il Sapere Storico. De Historia commentarii

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I Colossi di Memnone

Civiltà antiche > Antico Egitto, Ittiti e Hyksos

 

Articolo a cura di Andrea Contorni R.

Lo splendore di un regno

Amenhotep III, (Amenofi III nella forma ellenizzata del nome), fu un faraone illuminato. Appartenente alla XVIII dinastia, governò dal 1388 al 1349 a.C. succedendo al padre Thutmose IV. Il suo regno fu splendido, inaugurando per l'Egitto un periodo di prosperità e magnificenza artistica senza precedenti. La leggenda narrava che il Dio Amon avesse assunto le sembianze di Thutmose IV per giacere con la regina Mutemuia. Da questo incontro sarebbe nato Amenhotep III. Questi teneva molto alla sua origine divina tanto che la fece imprimere nei rilievi di una delle stanze del tempio di Luxor. In questa opera copiò spudoratamente i rilievi della regina Hatshepsut a Deir el-Bahari. I due pertanto avrebbero condiviso lo stesso padre divino. Amenhotep III salì al trono da bambino presumibilmente a dodici anni. La sua prima sposa fu una certa Tiy figlia di sconosciuti cortigiani. Questa donna si rilevò di fondamentale importanza per il regno del marito. Era saggia, intelligente e dalla grande forza d'animo. Amenhotep III si rivolgeva a lei per ottenerne il consiglio in quasi tutte le faccende di stato. Tiy era molto rispettata sia a corte che dai dignitari stranieri. Con questa talentuosa Grande sposa reale iniziò la pratica di rappresentare la regina accanto al consorte nella statuaria, nelle tombe, nei rilievi e sulle stele. Usanza che divenne consuetudine nel regno successivo, con Nefertiti raffigurata ovunque al fianco di suo marito, il faraone Akhenaton. Amenhotep III ebbe comunque altre mogli, tra le quali due principesse di Mitanni, una di Arzawa e un paio babilonesi. Tutti questi matrimoni rientravano nella politica estera dell'Egitto di quegli anni, impostata sulla diplomazia e su rapporti quanto più pacifici possibili. Il regno di Amenhotep III durò ben trentotto anni nei quali l'unica azione bellica di rilievo avvenne nel quinto anno con una spedizione punitiva in terra di Nubia, culminata con una roboante vittoria del faraone. L'apparente pace in Asia nascondeva in realtà una crisi che avrebbe comportato, nei regni successivi, una pesante e graduale riduzione dell'influenza egizia in quelle regioni. Proprio in Nubia, Amenhotep III eresse due templi. Quello più grande, a Soleb, era dedicato allo stesso faraone, divinizzato ancora in vita. Quello più piccolo riguardava il culto della regina Tiy manifestazione vivente di Hathor, Dea della gioia, dell'amore, della maternità e della bellezza. Ma il fatto che più sorprende è che in alcuni testi Amenhotep III si faceva identificare come il Dio Sole. Il culto del disco solare Aton fu alla base della tentata riforma religiosa di stampo pseudo-monoteista di Akhenaton, ovvero Amenofi IV, figlio di Amenhotep III. Gli ultimi anni del grande faraone furono molto difficili. Divenne obeso e sofferente di dolori costanti dovuti all'artrite e ai denti, erosi da carie e ascessi. Morì intorno ai cinquant'anni di età. Moderni esami sulla mummia hanno stabilito che Amenhotep III se ne andò all'altro mondo per una setticimia causata, quasi sicuramente, proprio dai gravissimi problemi dentali. La sua tomba fu scoperta dai membri della spedizione di Napoleone in Egitto nel 1799. Si trova nella Valle Occidentale o Valle delle Scimmie, un "wadi" della Valle dei Re. La struttura è un ampio complesso di locali e corridoi le cui pareti sono arricchite di dipinti e decori di ottima fattura. La KV22 (sigla della tomba suddetta) è una delle più grandi dell'intera Valle dei Re, il che ci fa comprendere quanto Amenhotep III incentivò le opere architettoniche che rappresentarono un vero e proprio vanto per il suo splendido regno.

Un faraone costruttore

Amenhotep III inaugurò un lungo e duraturo periodo di pace e benessere per l'Egitto. Con il tesoro pubblico libero da oneri di guerra, altro non rimaneva che spendere i denari in grandiose opere pubbliche. Furono intrapresi lavori a Karnak. Il tempio di Luxor venne ampliato. Fu costruito un imponente complesso palaziale a Malkata su una estensione di oltre 32 ettari di terreno; comprendeva il palazzo del sovrano, la dimora della regina, un tempio dedicato al Dio Amon, gli appartamenti dei funzionari reali e gli alloggi del personale di servizio. Amenhotep III regalò alla sua sposa persino un lago artificiale, realizzato nei pressi di Malkata; 1934 metri di lunghezza per 364 di larghezza. Ma la struttura che più di tutte rappresentava la magnificenza del faraone fu il suo meraviglioso tempio funerario nella necropoli di Tebe, sulla riva occidentale del Nilo, di fronte a Luxor. Oggi ne resta molto poco, in quanto come tutti i palazzi dell'epoca era costruito in mattoni crudi. Persino le fondamenta sono state danneggiate, erose nei secoli dalle esondazioni del Nilo. L'entrata di questo tempio era ed è custodita dai due famosi Colossi di Memnone.

I Colossi

Eretti oltre 3400 anni fa, i Colossi di Memnone sono due enormi statue gemelle di pietra del faraone Amenhotep III alte ben diciotto metri. Sono in posizione seduta con le mani posate sulle ginocchia e lo sguardo rivolto a est verso il Nilo e il sole nascente. Sulla parte anteriore del trono sono scolpite due figure importanti; nello specifico ritroviamo la regina Tiy e la madre del faraone Mutemuia. Lateralmente invece è raffigurato Hapy, antica divinità egizia che rappresentava l'incarnazione della fecondità dell'inondazione del Nilo, simbolo pertanto della fertilità della terra, dell'abbondanza dei raccolti e del ciclo vitale rinnovato annualmente dall'inondazione stessa. I due Colossi sono stati realizzati con un tipo di pietra, la quarzite di Giza, molto fragile e sensibile alle intemperie. Già in antichità, (si pensa dall'epoca tolemaica in poi, o addirittura prima), le statue divennero famose e conosciute per uno strano fenomeno. La forza del vento aveva infatti provocato nel tempo delle fessure nel corpo delle strutture. Spirando con forza attraverso queste crepe, le folate di vento provocavano un rumore del tutto simile a un lamento. Questo suono era udibile all'alba. Lucio Flavio Filostrato, scrittore ateniese vissuto tra il 172 e il 247 d.C. narra che al sorgere del sole, non appena il primo raggio toccava la bocca di una delle statue, un ammirato pubblico poteva udire la voce del Colosso levarsi potente verso il cielo. Qualcuno interpretò questa sorta di lamento come l'accorato saluto dell'eroe Memnone alla madre. Non ci è dato sapere a chi venne questa bizzarra idea e soprattutto perché un mito greco fu abbinato a una statua della Civiltà egizia. Rimane il fatto che questa scultura parlante divenne una vera e propria attrazione, meta di "turismo" e pellegrinaggio. L'imperatore romano Adriano visitò l'Egitto nel 130 d.C.; la sua corte si soffermò dinanzi ai Colossi. La famosa Giulia Balbilla, confidente di Vibia Sabina, consorte dell'imperatore, incise proprio sulla statua quattro epigrammi per un totale di quarantacinque versi. Si tratta dell'unica testimonianza rimasta di questa poetessa romana: sono versi colti e raffinati in dialetto letterario eolico che si ispirano a Saffo. La consuetudine di scrivere qualcosa sulla base dei Colossi andò avanti fino a quando questi ebbero una voce. Nel 199 d.C. in seguito a un restauro promosso da Settimio Severo, non si udì più il lamento del povero Memnone. Si disse che l'imperatore ne fosse infastidito. Ma chi era questo sfortunato eroe greco?

Il salvatore di Troia

Memnone era il figlio semidivino dell'Aurora ("Eos") e di Titone. Fu re d'Etiopia e di Persia. Nell'ultimo anno della guerra tra gli Achei e i Troiani, decise di schierarsi con questi ultimi. Memnone avvertiva infatti un forte legame con Troia, in quanto suo nonno era il re Laomedonte, padre di Priamo e appunto di Titone. Alla morte di Ettore, Memnone giunse nelle sue terre di origine portandosi dietro un esercito forte e numeroso, formato dai migliori soldati etiopi, susiani, assiri, persiani e indiani. Mostrava con orgoglio le armi forgiate dal Dio Efesto e con queste l'eroe uccise molti achei, ferendo persino l'invincibile Aiace Telamonio. L'errore di Memnone fu quello di sfidare Achille. Il combattimento tra i due fu lungo e cruento. Il Pelide si trovò spesso in difficoltà ma alla fine ebbe la meglio sull'avversario, decapitandolo. Tutto l'esercito che si era portato dietro, senza il suo condottiero, fuggì ai quattro venti. Il destino di Troia fu segnato. Eos, disperata, pianse la morte del figlio. Il cielo si coprì di nubi e dalle lacrime dell'inconsolabile madre si formò la rugiada. Nei secoli a venire, l'eroe, identificato con uno dei Colossi di Amenhotep III, avrebbe rivolto il suo commovente saluto alla madre, ogni mattina, al levarsi dell'Aurora.

Bibliografia e immagini
- "La Grande Storia. L'impero egizio", autori vari. National Geographic.
- "Testo Atlante di Storia Antica", Sebastiano Crinò. Soc. Editrice Dante Alighieri.
Immagini e fotografie
1- La foto di entrambi i Colossi di Memnone è pubblicata con Licenza Creative Commons da Wikipedia.
2- La foto del Colosso di destra è pubblicata con Licenza Creative Commons da Wikipedia.
3- La foto del Colosso di sinistra è di pubblico dominio da fonte Wikipedia.
4- L'immagine riguardante l'incisione di Memnone è di pubblico dominio da fonte Wikipedia.

Data di pubblicazione articolo: 01 maggio 2019
I Colossi di Memnone enormi statue di pietra del faraone Amenhotep III
I Colossi di Memnone con la loro altezza di 18 metri, sono strutture imponenti.
Il Colosso di Memnone posto a destra
Il Colosso di Memnone posto a destra.
Il Colosso di Memnone posto a sinistra
Il Colosso di Memnone posto a sinistra.
Memnone, raffigurato in un'incisione dell'artista francese Bernard Picart (1673-1733)
Memnone, raffigurato in un'incisione dell'artista francese Bernard Picart (1673-1733).
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