Il nome segreto di Roma - Il Sapere Storico. De Historia commentarii

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Il nome segreto di Roma

Storia romana > La Monarchia

 

Articolo a cura di Alessio Valente

"Tu non potresti vedere nulla maggiore di Roma", è la frase di Orazio Flacco divenuta celeberrima e parte, ormai, anche della cultura popolare. Roma, la città eterna, il faro illuminante più longevo che l’uomo abbia mai conosciuto, il centro del mondo a cui, ancora oggi, attribuiamo l’origine della nostra civiltà. Eppure in pochi sanno che il nome di Roma, altro non era che un nome "di facciata", dissimulante, quasi uno pseudonimo potremmo dire. Roma, infatti, aveva un nome segreto che era ignoto persino ai cittadini romani stessi. Un nome la cui rivelazione avrebbe comportato addirittura la condanna a morte, come ci testimonia la vita, o meglio il modo in cui essa ebbe termine, di Quinto Valerio Sorano. Tribuno della plebe e grandissimo studioso vissuto intorno al I secolo a. C., si racconta che fu condannato a morte proprio per aver rivelato, in un suo scritto, il nome segreto dell’Urbe. La figura del conoscitore di un segreto tanto grande, ovviamente, non può che essere oscura e di cui non si hanno notizie certe, a partire proprio dalla sua morte. Già Servio, ad esempio, nel suo Ad Aeneiadem, ci racconta come ci fossero diverse teorie a riguardo: «Infine, un tribuno della plebe, certo Valerio Sorano, a detta di Varrone e di moti altri, osò pronunziare questo nome e, come dicono alcuni, fu portato via dal Senato e messo in croce, laddove secondo quanto dicono altri, per tema della pena capitale fuggì e, catturato in Sicilia dal pretore per ordine del Senato, fu ucciso.»

Due teorie divergenti, dunque, ma entrambe concordi su quale fosse il reato di cui Sorano si era irrimediabilmente macchiato. Un'altra divergenza, però, forse ancora più sottile, riguarda il contenuto della rivelazione di Sorano. Laddove Servio ci comunica che egli rivelò il nome segreto della città, altri, fra i quali Plutarco nelle sue "Questioni Romane", sostiene che il nome rivelato da Sorano fosse quello della divinità deputata a tutelare proprio la città: «È vietato menzionare, ricercare, nominare quel dio, sia maschio sia femmina, a cui spetta salvare e proteggere Roma. Perché? (Fanno dipendere questo divieto da una superstizione, raccontando che Valerio di Sora fece una brutta fine per averne rivelato il nome). Forse perché, come hanno riferito alcuni scrittori di argomenti romani ci sono evocazioni e pratiche magiche per gli Dèi; e poiché anche i Romani credevano che per mezzo di esse alcuni Dèi fossero stati tolti ai nemici e trasferiti presso di loro, temevano di subire lo stesso da altri. Dunque, come si racconta che gli abitanti di Tiro incatenano le statue e che altri chiedono garanti quando le mandano fuori per lavarle o per qualche rito di purificazione, così i Romani ritenevano che non dire e non sapere fosse la protezione più affidabile e più sicura per il Dio.»

Una teoria, questa, che troverebbe riscontro anche in quanto scrive Macrobio nei Saturnalia, spiegando proprio la natura di questa usanza dei Romani: «È noto che tutte le città si trovano sotto la protezione di un dio. Fu usanza dei Romani, segreta e sconosciuta a molti, che, quando assediavano una città nemica e confidavano di poterla ormai conquistare, ne chiamassero fuori gli Dèi protettori con una determinata formula di evocazione; e ciò o perché ritenevano di non potere conquistare altrimenti la città o, anche se fosse possibile, giudicavano sacrilegio prendere prigionieri gli Dèi. Questo è anche il motivo  per cui i Romani vollero che rimanesse ignoto il dio sotto la cui protezione è posta la città di Roma e il nome latino della città stessa.»

In questo passo, Macrobio ci da un ulteriore indizio, e cioè che sia il nome della divinità tutelare e sia il nome latino della città furono tenuti nascosti dai Romani. Entrambe le teorie, quindi, sembrano avere fondamenti validi e addirittura diviene plausibile anche la coesistenza di entrambi i reati commessi da Sorano, ossia di aver rivelato sia il nome della città che della sua divinità protettrice. La questione aperta rimarrebbe, quindi, principalmente quella relativa alla morte di Sorano. Fa i sostenitori di una morte "immediata" per crocifissione, abbiamo anche Plinio il Vecchio, che nel suo trattato Naturalis Historia scrive: «Questo nome, tenuto segreto con una lealtà perfetta e salutare, lo pronunciò Valerio Sorano, e subito ne scontò la pena.»

Ma quale sarebbe dunque questo misterioso nome? Le speculazioni a riguardo sono state numerose e, attraversando molti secoli, sono giunte fino ai giorni nostri. Un indizio pare fornito dal fatto singolare, condiviso da più figure, di trattare dell’esistenza della Dea Angeróna, subito dopo aver parlato del mistero del nome di Roma e della sua divinità. Così, ad esempio, Solino in De Mirabilis Mundi: «Si tramanda anche che il nome vero e proprio di Roma fosse, però, vietato esporre in pubblico, dal momento che, per non pronunziarlo affatto, sacralizzarono le parti segrete delle cerimonie così che, ciò stabilito, la fedeltà a un silenzio benaccetto cancellasse ogni conoscenza di esso: infine, si riporta che Valerio Sorano, per il fatto che avrebbe osato parlarne andando contro l’interdizione, venne condannato a morte in ragione dell’empietà del suo detto. Esempio tra le devozioni davvero molto antiche, si venera il tempio di Angeróna, a cui si sacrifica il dodicesimo giorno prima delle calde di gennaio, la qual divinità, preposta proprio al silenzio, ha la statua con la bocca sigillata da una fascia.» E ancora Plinio il vecchio, proprio di seguito al passo della Naturalis Historia che abbiamo appena riportato, subito dopo averci dato testimonianza della morte di Sorano continua così: «Non mi sembra fuori luogo inserire a questo punto l’esempio di un antico rito religioso istituito proprio per esortare tale silenzio: la Dea Angeróna infatti, la cui festa ricorre il 21 dicembre, nella sua statua è rappresentata con la bocca chiusa e sigillata.»

Anche Macrobio, nei Saturnalia e dopo il passo da noi riportato, fa alcune ipotesi sull’identità della divinità tutelare, ipotesi in cui compare proprio anche Angeróna: «Alcuni lo credettero di Giove, certuni di Angeróna, che con un dito sulla bocca intima il silenzio, altri infine, e questa mi sembra credenza più fondata, affermarono trattarsi di Ope Consivia. Invece il nome della città è sconosciuto anche ai più dotti, poiché i Romani presero ogni precauzione[…]». Ci porterebbe però la logica, a pensare che tutte queste ipotesi che egli formula, siano in realtà del tutto errate, e questo per la semplice constatazione che se il nome tanto segreto fosse rivelato così palesemente, anche Macrobio, come Sorano, sarebbe andato incontro a morte certa. Per tale ragione sarebbe forse più opportuno considerare questi suggerimenti per ridurre un campo d’indagine, pur tuttavia sconfinato, piuttosto che per trovarvi una verità divulgata. Ma se in periodo antico gli autori non avrebbero mai potuto rendere noto tale nome in forza di legge, abbiamo qualcuno che lo abbia fatto nelle epoche successive? Qualcuno, effettivamente, ci ha provato, ma le argomentazioni portate a sostegno delle nuove ipotesi appaiono piuttosto deboli. Giovanni Lido, ad esempio, è stato uno scrittore e funzionario bizantino vissuto a cavallo fra il V e il VI secolo d.C. e ha proposto una teoria diversa, secondo cui Roma non avrebbe avuto un nome noto e uno celato, bensì tre nomi: uno arcano, uno sacro e uno pubblico: «Quello arcano è come fosse Amore, così che tutti sono posseduti da un amore divino nei confronti della città (perciò il poeta la chiama in modo figurato Amaryllis quando canta i carmi pastorali), quello sacro è "Flora", come fosse "fiorente", ragion per cui per questa Dea si ha la festa dei Floralia; quello pubblico è "Roma"», scrive nella sua opera De Mensibus. Anche lui ricorda come il nome arcano «...solo ai pontefici massimi era concesso farlo venir fuori nei riti sacri» e che «...si dice che una volta uno dei magistrati pagò il fio a séguito del fatto di aver osato dichiarare apertamente in pubblico il nome arcano della città». La sua conclusione, in realtà è tratta dai suoi interpreti, poiché Lido, che scrive in greco, usa il termine Eros, il cui corrispettivo latino sarebbe Amor. Una teoria fatta più suggestiva dal fatto che Amor sarebbe anche la parola Roma, ma specchiata. A suffragare questa ipotesi, sono stati presi ad esempio anche alcuni quadrati magici, simili a quello arcinoto Sator Arepo Tenet Opera Rotas. A Ostia, infatti, abbiamo una incisione simile, che al posto delle più celebri parole sopra ricordate, è composto dalle parole Roma olim milo Amor. Queste quattro parole però, proprio similmente a quelle del quadrato Sator, non hanno fra di loro una coerenza logica tale da far intendere un significato concreto. Appare anche abbastanza assurdo che proprio il nome segreto di Roma fosse esposto con tanta leggerezza alla vista di chiunque.

Quella di Lido, però, è una suggestione che ha saputo colpire anche i nostri contemporanei: « - ma qual nome ora, de’ tuoi tre nomi/ dirà l’Italia? Il nome arcano è tempo/ che si riveli, poi ch’è il tempo sacro.\ Risuoni il nome che nessun profano\ sapeva qual fosse, e solo nei misteri\ segretamente s’inalzò tra gli inni:\ mentre sull’ombra attonita una strana\ alba appariva, un miro sole, e i cavi\ cembali intorno si scotenna bombando -\ Amor! Oh! l’invincibile in battaglia!\ oh! Tu che alberghi nei tuguri agresti!\oh! tu che corri l’infinito mare!», scrive Pascoli nel suo Inno a Roma, in cui oltretutto poco dopo si può leggere proprio un inno a Flora, uno dei tre nomi di cui parlò Lido. Non solo, in un'opera del 1914 dal titolo Rumon. Sacrae Romae Origines, Roggero Musumeci Ferrari Bravo, più noto sotto il suo pseudonimo "Ignis", racconta così le origini di Roma: «Manifesto è dunque: Amor -essere -ROMA. /Se tutte move, e incede, le create cose…/legge si è -Amor -dell'universa vita; ../così, un tanto Nome, /a noi prèdice:/dono di regno e potestà sovra ogni terra,/e dello spirito, e d'imperio./Confirmato sì è, per te, prodigioso il vaticinio. /Non pronunciati mai più sien i Nomi occulti…/su la Città terribili chiamerebbero fortune. . ./Li trasmettano, oralmente, i Pontefici ai Pontefici.» Quella di Roma-Amor è quindi la suggestione che più ha colpito anche in tempi relativamente molto recenti, ma rimane una ipotesi, come le altre, non molto solida.

Di nomi, dunque, Roma ne ha avuti parecchi, alcuni anche piuttosto noti, come quello di Saturnia. «Se si considera la mia famiglia, sono la prima che ha reso padre Saturno, fui io infatti la prima figlia di Saturno. Dal nome di mio padre Roma era chiamata un tempo Saturnia, e per lui questa terra era la più cara al cielo», riporta Ovidio, nel libro VI dei Fasti, citando un dialogo avuto proprio con la Dea Giunone. Ed anche il Lazio prende il suo nome in relazione a Saturno, poiché ha origine dal termine lateo, ossia esser nascosto, proprio come il Lazio aveva tenuto nascosto Saturno, cacciato da Giove. Sempre nei Fasti di Ovidio ne troviamo conferma, dove però è Giove a parlare, nel libro I «[…] è a bordo di una nave, dopo aver girato il mondo, che il dio armato di falce arrivò alla foce del fiume Etrusco. Saturno, mi ricordo, trovò rifugio in questa terra (Giove lo aveva cacciato dai regni celesti), per cui la popolazione portò a lungo il nome di Saturnia; anche la terra ricevette il nome, Lazio, per aver nascosto il dio». Anche Virgilio, nell’ Eneide, lo conferma: «Egli (Saturno, ndr) quel popolo barbaro, per gli altri monti disperso, riunì, diede leggi e chiamar volle Lazio, la terra ove laterbe aveva trovato, sicure». Altri nomi, noti e mai nascosti, si aggiungono dunque alla lista, arricchendola di curiosità; ma quale sia stato il nome segreto di Roma, resta, a duemila anni di distanza, ancora un mistero per tutti. Un mistero venuto alla luce per un brevissimo periodo di tempo, per l’ opera di un uomo erudito che forse ha osato spingere troppo oltre la propria curiosità, fino a raggiungere una verità che nessuno avrebbe dovuto indagare. E forse, il mistero del nome di Roma, giace sepolto proprio insieme a Quinto Valerio Sorano, reso, per sempre e in eterno, inaccessibile.

Bibliografia e immagini
- "Opere vol. IV Fasti. Fasti e frammenti", Publio Ovidio Nasone. Utet.
- "I Saturnali di Macrobio Teodosio", 1967, Utet.
- "Questioni romane", Plutarco. Bur, Biblioteca Univ. Rizzoli.
- "Naturalis historia. Storia Naturale", Gaio Plinio Secondo. Einaudi Editore.
- "L'identità segreta della divinità tutelare di Roma", Marcello De Martino. Ed. Settimo Sigillo.
- Rivista italiana di onomastica. Quaderni italiani di Rion 2, 2009.

Data di pubblicazione articolo: 28 novembre 2019
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