La pirateria nell'antichità - Il Sapere Storico. De Historia commentarii

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La pirateria nell'antichità

Civiltà antiche > Etruschi e popoli italici

 

Articolo a cura di Andrea Contorni R.

La pirateria è una pratica che risale a tempi antichissimi. Una piaga che ha infestato i sette mari in tutte le epoche e che tuttora caratterizza con esiti spesso drammatici alcuni quadranti dell’Oceano Indiano e del Pacifico. Il pirata entrato nell’immaginario collettivo è di sicuro quello del XVIII secolo. Crudele e sanguinario con la benda nera sull’occhio, il pappagallo sulla spalla, l’uncino e la gamba di legno, oppure sfrontato e fanfarone dall’aspetto belloccio e dal fascino da allegra canaglia, questi i pittoreschi individui che ci saltano in mente all’udire parole quali bucaniere, filibustiere, corsaro… La filmografia dai primi del novecento (1920) ad oggi ci ha proposto una numerosa sfilza di pellicole incentrate su figure di pirati di pura fantasia o realmente vissuti. Tra atmosfere caraibiche, assalti all’arma bianca, amori ribelli, preziosi tesori nascosti e terribili maledizioni, abbiamo potuto rivivere avventure mozzafiato, immedesimandoci nel Jack Sparrow o nel Capitan Uncino di turno non dimenticando gli immortali romanzi dello scrittore Emilio Salgari incentrati sui corsari delle Antille (Il Corsaro Nero, La regina dei Caraibi, Gli ultimi filibustieri etc etc). Persino un manga del 1976, divenuto poi cartone animato, fu incentrato sulla figura di un pirata. Chi non ricorda Capitan Harlock, misterioso e taciturno bucaniere spaziale, comandante dell’astronave Arcadia, in lotta contro il sistema, cercando di conseguire gli ideali di un mondo migliore, il tutto nel lontano anno 2977. La pirateria, così indorata di folklore, romanticismo e leggenda, sembra perdere quelle che sono le sue "storiche" caratteristiche. Si presenta quasi come un fenomeno di costume dagli aspetti fiabeschi. La realtà fu ben diversa. Come ho accennato all’inizio, le origini della pirateria sono piuttosto datate. Nel mondo classico, tutte le popolazioni dalla fiera tradizione marinara, potevano "vantare" vascelli pirata che se ne scorrazzavano in tutta libertà per il Mediterraneo. I Fenici, navigatori per eccellenza, non disdegnarono tale pratica come gli stessi Greci per non parlare degli Etruschi che a bordo di veloci imbarcazioni divennero il terrore del Tirreno, assaltando con particolare efferatezza tutto ciò che transitava al largo delle coste sarde e corse.
Guardie Sherden (Shardana) di Ramses II nel tempio di Abu Simbel, disegno di Ippolito RosselliniNel 1300 a.C. ai tempi della monarchia del faraone Ramses II in Egitto, ritroviamo, citati da fonti egizie del II millennio a.C., i famigerati pirati Shardana. Erano uomini pronti a servire come mercenari il migliore offerente. Affliggevano le coste dell’Asia Minore, nel Mar Egeo, attaccando soprattutto i mercantili ittiti. Spesso si spingevano fino al Delta del Nilo impedendo i traffici marittimi egiziani in entrata e in uscita. Ramses II con un atto di forza, attirò parecchi vascelli Shardana in un trappola. Vi fu una breve battaglia con molti prigionieri tra i pirati. Il faraone non li giustiziò. Al contrario li arruolò a forza nel proprio esercito. Molti entrarono persino a far parte della guardia personale del faraone e sono chiaramente riconoscibili in alcune raffigurazioni d'epoca ramesside. Il loro equipaggiamento, costituito di lunghe spade, scudi rotondi ed elmi cornuti con una sorta di "palla" sporgente nel centro, era piuttosto caratteristico. Chi erano questi Shardana? Diversi studiosi li identificano con le popolazioni nuragiche della Sardegna. Altri, come uno dei tanti "popoli del mare" proveniente molto probabilmente dalla penisola anatolica.

Tornando agli Etruschi. La fama piratesca dei Tirreni (Τυρρηνοί - Turrhēnoi) o Tirseni (ionico: Τυρσηνοί - Tursēnoi; dorico: Τυρσανοί - Tursānoi), nomi con i quali gli autori greci chiamavano appunto gli Etruschi, affonda le sue radici nel mito. Si narra nell'Inno a Dionisio, composizione minore attribuita a Omero, che Dionisio, Dio del vino e dell'ebrezza fu rapito da un gruppo di pirati Tirreni che lo avevano scambiato per un nobile rampollo per il quale chiedere un riscatto. Una volta sulla barca, il Dio attuò la sua vendetta: un fiume di vino sgorgò dal ponte mentre l'edera si arrampicava per l'albero maestro. Dionisio trasformato in un feroce leone assalì i pirati che si gettarono in mare. Furono tramutati in delfini. Da allora il delfino divenne un animale sacro e ben voluto tra le genti di mare etrusche.
"...uomini in fretta, su nave ben salda di banchi,
vennero, svelti, predoni, sul mare colore del vino,
genti Tirrene: funesto destino li spinse; al vederlo,
cenni scambiarono, presto sbarcarono, presolo, a un tratto,
lo trascinarono sopra la nave, eran lieti nel cuore..."

Nel corso dei secoli VII e VI a.C. la marineria etrusca aumentò il suo controllo sul Tirreno. Lo scontro con i cartaginesi poteva divenire realtà se non fosse stato individuato un nemico comune nei Focei, le cui flotte commerciali e piratesche facevano base nella colonia di Alalia in Corsica. Intorno al 545 a.C. infatti Alalia si era trasformata da un semplice scalo marittimo in una vera e propria città avendo accolto una numerosa e irrequieta comunità di profughi Focei, fuggiti dalla penisola Anatolica, loro madrepatria, a causa della guerra con i Persiani di Ciro il Grande. Questo flusso migratorio segnò la fine dei delicati equilibri nel bacino occidentale del Mediterraneo. Etruschi e Cartaginesi, come testimoniato dalle cosiddette Lamine di Pyrgi riportanti una iscrizione bilingue fenicio-etrusca, strinsero un'alleanza. Dello stesso periodo potrebbe essere datato un trattato romano-cartaginese di non belligeranza. La battaglia navale di Alalia o Battaglia del mare Sardo avvenne nel 535 a.C. e vide contrapposte la flotta etrusco-cartaginese e quella dei Focei, rispettivamente 120 vascelli veloci contro 60 pentecotere, le imbarcazioni da guerra più utilizzate nel mondo greco. I Focei vinsero ma persero oltre quaranta navi. Tornati ad Alalia decisero di abbandonarla, riparando in Magna Grecia, nelle terre di Reggio. Gli Etruschi presero il controllo dei traffici nel Tirreno settentrionale, dominando le coste dell'Etruria e quelle corsiche. I Cartaginesi mantennero l'influenza su tutto il Mediterraneo meridionale, dalle coste iberiche a quelle africane, passando per la Sardegna e la Sicilia. Tale situazione perdurò fino all'ascesa della potenza romana.

Rappresentazione schematica delle sfere di influenza nel Mediterraneo occidentale negli ultimi decenni del VI secolo a.C., dopo la battaglia di Alalia  Le tre Lamine d'oro di Pyrgi
A sinistra il Mediterraneo occidentale negli ultimi decenni del VI secolo a.C., subito dopo la Battaglia di Alalia con le zone di influenza. A destra le tre Lamine d'oro del VI secolo a.C. con la stessa iscrizione riportata in etrusco e in lingua punica, rinvenute nell'antico porto di Caere.

Roma e i pirati

In piena età Repubblicana, Roma dovette affrontare il problema piratesco con crescenti stanziamenti di denaro, uomini e navi oppure attraverso la firma di trattati anti-pirateria (in realtà quasi del tutto inefficaci), nei quali i due contendenti del momento (Roma e Cartagine) si impegnavano, almeno formalmente, a evitare assalti e arrembaggi in determinate zone di mare. Questo perché già all’epoca, accanto ad una pirateria senza bandiera e padroni, ne agiva una più organizzata e al soldo di quella o quell’altra potenza, le cui azioni erano dirette a colpire soprattutto la controparte concordata. Questa sorta di "pirateria da guerra" la ritroveremo nei secoli a venire. L’Urbe era impegnata dal 102 a.C., con alterne fortune in una logorante guerra per estirpare la piaga dei pirati dal Mar Egeo. Questo quadrante di mare era una vera e propria fucina dei peggiori manigoldi in circolazione. Dalle coste scoscese della Cilicia nel meridione della penisola Anatolica, partivano vere e proprie flotte corsare che si dilettavano nell’assaltare le colonie romane nella provincia d’Asia e rendevano insicura la navigazione per tutte le grandi isole, da Creta a Rodi e fino a Cipro. Nel triennio 102-100 a.C. la campagna militare del pretore Marco Antonio Oratore (insignito del trionfo) contro i pirati, aveva portato alla formazione della provincia romana di Cilicia. Tuttavia ciò non aveva evitato la formazione di nuove flotte corsare, ancora più agguerrite e bellicose. Nel tempo inoltre la loro zona di influenza era andata ulteriormente allargandosi e non era raro trovare imbarcazioni pirata veleggiare indisturbate al largo della Sicilia, dell’Africa e persino del Lazio. Ancor più particolare fu la presenza di Cilici tra le fila dello squinternato esercito dell'ex gladiatore Spartaco nel corso della Terza Guerra Servile (71 a.C.). I Cilici divennero dunque una vera e propria calamità, disseminando il Mediterraneo di fortezze, cantieri e basi navali per il rifornimento e lo scarico di quanto razziato. Si erano dotati persino di un'organizzazione di stampo militaresca che prevedeva l'operare in squadre di hemiole, biremi e triremi, numerose e ben coordinate tra loro. Gli equipaggi erano di valore e le imbarcazioni vantavano arredi, armamenti e decorazioni di prim'ordine. Questo è quanto ci raccontano Plutarco e Appiano. Una situazione oltremodo complicata per l'Urbe. La progressiva perdita dei bastimenti addetti al trasporto di grano e cibarie varie stava minando l’intero sistema economico romano, per non parlare dell’impossibilità di aprire nuove rotte commerciali. Da sottolineare inoltre che i romani si erano infognati in un duraturo conflitto con un avversario tosto e capace, quel Mitridate VI, re del Ponto che li costrinse a combattere ben tre guerre distinte (guerre mitridatiche). Il caparbio sovrano impegnò Silla, Lucullo e Pompeo Magno dall’88 al 63 a.C. e fu proprio sua l’idea di trasformare un’accozzaglia di disperati marinai raccolti tra i Cilici abili e arruolabili nella più formidabile e organizzata flotta pirata dell’antichità al suo servizio. I Cilici aprirono dunque un fronte parallelo, fornendo a Mitridate un supporto indiretto ma necessario per tenere impegnate le ingenti forze romane, logorandole in una guerra navale nella quale i Quiriti non eccellevano affatto. In questo contesto, nel 74 a.C. ritroviamo lo stesso Gaio Giulio Cesare, catturato dai pirati mentre veleggiava verso Rodi. Egli non nascose di essere un membro della gens Iulia che annoverava tra i propri antenati lo stesso Romolo. Tale parentela gli conservò la vita. Il futuro dittatore aveva un'alta concezione di se. Durante la prigionia si mise a comandare a bacchetta i propri aguzzini, costringendoli oltretutto ad ascoltare poesie e sfoggi di erudizione. Si indignò persino, quando venne a conoscenza dell’intenzione dei farabutti di chiedere per lui un riscatto di "soli" venti talenti. Pretese una richiesta di ben cinquanta talenti che fece consegnare con puntualità al capo dei pirati. Al momento dei saluti, Cesare promise che una volta tornato libero, li avrebbe cercati in ogni dove per ucciderli uno per uno. Non oso pensare all’espressione di divertimento di quella ciurmaglia dinanzi ai vaneggiamenti del viziato e bizzoso nobile romano. Mai parola fu più veritiera di quella. Sul finire di quell’anno, tutti i pirati suddetti furono crocifissi. Mi viene da riflettere su come sarebbe mutata la Storia, se Cesare, invece di essere preso prigioniero, fosse stato ucciso in combattimento o per sfizio.

Morte ai Cilici!

Busto di Gneo Pompeo Magno (copia augustea da un originale del 70-60 a.C.; Museo archeologico nazionale di Venezia)Nel 67 a.C. Gneo Pompeo ottenne un mandato proconsolare per iniziare in grande stile una guerra contro i pirati. La proposta presentata dal tribuno della plebe Aulo Gabinio, venne ratificata con qualche scetticismo dal Senato. Il generale era considerato l'astro nascente dell'ars bellica romana, un novello Alessandro Magno, seppur qualcuno rumoreggiava riguardo una eccessiva fortuna che non sempre poteva essere tale. A Pompeo vennero affidate 500 navi, 120.000 uomini e 5000 cavalieri, la possibilità di nominare subalterni e un potere immenso. Divenne in un baleno l'uomo più forte e temuto dell'Urbe. Ma come tutti sappiamo, egli non si sognò mai di sovvertire l'ordine precostituito e non venne mai meno il rispetto per l'autorità suprema del Senato. Contro i pirati, Pompeo diede il meglio di sé con una strategia talmente funzionale da sbaragliare il problema in pochi mesi. Nella prima fase del piano, divise il Mediterraneo in quadranti, assegnando ad ogni area una forza navale sotto il comando di un suo legato. Le singole squadre dovevano impegnarsi nel mantenere una sorta di contatto tra loro. In tal modo, qualunque nave pirata intercettata si vedeva convergere addosso più avversari da varie direzioni. Ogni tentativo di fuga diventava un'impresa impossibile. I mari vennero ripuliti da tutto ciò che di losco vi navigava. Mi va di aprire una piccola parentesi sulla campagna navale di Cecilio Metello, detto "Cretico". Avvenne negli stessi anni della guerra piratica di Gneo Pompeo ma fu, per alcuni versi, autonoma rispetto alle direttive strategiche del grande generale. Cecilio Metello apparteneva alla rinomata gens Caecilia Metella. Fu console nel 69 a.C. Un anno dopo ebbe i mandata proconsolari. Raggiunse Creta e vi rimase per tre anni. In virtù della Lex Gabinia che attribuiva pieni poteri straordinari a Pompeo nella guerra ai pirati, Cecilio doveva sottostare in teoria agli ordini del legato che lo stesso Pompeo aveva inviato a Creta. Pur tra mille contrasti e discussioni, Metello mantenne una certa indipendenza decisionale che gli permise nel 66 a.C. di conquistare l'isola, sbaragliando le flotte corsare che vi imperversavano. Si meritò il trionfo e l’epiteto sopra citato. Chiusa parentesi.

La seconda fase del piano di Pompeo, fu quella di portare la guerra direttamente a casa dei pirati, ovvero in Cilicia, attaccando e ponendo sotto assedio le varie fortezze dislocate lungo la costa. A chiunque collaborasse con i romani, veniva garantita la vita e un trattamento di favore una volta terminato il conflitto. Sta di fatto che gli ultimi pirati decisero di affrontare i capitolini a viso aperto. Nell'estate del 67 a.C. nella battaglia di Coracesio, i romani sgominarono gli avversari prima in mare e poi in terra, conquistando la loro ultima fortezza, posta a picco sui flutti, sul promontorio di Alaya. Pompeo tornò a Roma con un bottino stratosferico costituito di navi, armi, ricchezze e schiavi. In cambio ottenne il mandato per andarsene in Oriente ad annientare Mitridate VI, nel frattempo consumato dalla campagna militare del buon Lucullo. Quando si dice fortuna...

Bibliografia immagini
- "Storia romana", Giovanni Geraci e Arnaldo Marcone. Le Monnier Università.
- "Fonti per la Storia romana", Giovanni Geraci e Arnaldo Marcone. Le Monnier Univeristà.
- "Testo Atlante di Storia Antica", Sebastiano Crinò. Soc. Editrice Dante Alighieri.
- "I grandi generali di Roma Antica", Andrea Frediani. Newton & Compton Editori.
- "La Grande Storia. L'impero egizio". Autori vari. National Geographic.
- Immagini e fotografie di pubblico dominio, ove non diversamente specificato. Fonte Wikipedia.

Data di pubblicazione articolo: 05 marzo 2019
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