Satiri, Sileni, Fauni, Silvani - Il Sapere Storico. De Historia commentarii

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Satiri, Sileni, Fauni, Silvani

 

Articolo a cura di Andrea Contorni R.

Satiri, Sileni e Fauni, dal mondo greco-romano al Medioevo

La mitologia greco-romana contempla tantissime figure divine e semi-divine, eroi, creature fantastiche, prodigi, mostri e demoni tutti particolarmente legati agli aspetti dell'esistenza, razionali e irrazionali, naturali e quotidiani, oscuri e misteriosi. Oggi parliamo dei Satiri e dei Sileni, curiosi e interessanti testimoni di un mondo arcaico scomparso, personificazioni mitologiche dell'aspetto selvaggio della natura umana. Affrontiamo prima la distinzione tra Satiri, Sileni e Fauni. I primi appartenevano al mondo greco. Erano divinità minori maschili che abitavano boschi e montagne. Strettamente correlate con Dèi quali Dioniso e Pan, erano espressione della fertilità e della forza vitale e riproduttiva della Natura. C'è una certa confusione persino nelle fonti storiche tra Satiri e Sileni. La loro natura era simile ma forse il contesto diverso: i Satiri, dall'aspetto caprino, sarebbero stati legati ai boschi, i Sileni, dall'aspetto equino, venivano considerati una sorta di geni dell'acqua corrente e delle fonti. Certo è che tra tutti i Sileni, ne spiccava uno in particolare. Anziano, calvo e peloso, Sileno, figlio di Pan, era il Dio greco rustico della vinificazione e dell'ubriachezza prima della comparsa "ufficiale" di Dioniso. Fu proprio lui a ricevere da Ermes il piccolo Dioniso perché lo allevasse sul monte Nisa. Sileno, considerato il capostipide di tutte le tribù dei Satiri, dei Sileni e delle Ninfe, sarebbe stato il padre putativo di Dioniso. I Sileni, al plurale, avrebbero indicato dei Satiri particolarmente anziani e saggi detti anche Papposileni forse proprio in onore del vetusto Sileno. I Fauni erano invece figure della mitologia romana. Fauno era in tempi molto remoti un Dio "al singolare", di origine italica, protettore della campagna, dei pascoli e dell'agricoltura, contrapposto a Silvano, Dio dei boschi. Silvanus, derivante dal Dio etrusco Selvans, (protettore della natura e delle attività agresti), era in origine un epiteto dello stesso Fauno. In seguito assunse il grado di divinità autonoma limitando il suo "campo divino" unicamente alle selve. Esistevano delle festività quali i Faunalia e i Lupercalia, (altro nome di Fauno, era Luperco "difensore delle greggi dai lupi"), che erano dedicate al Dio Fauno. Nei miti romani, Fauno era anche un antico re del Lazio, nipote di Marte, venerato dopo morto come protettore dei raccolti e degli armenti. Fauno/Luperco/Silvano suonava il flauto; uomo villoso con le gambe da capra e le corna sul capo amava inseguire le ninfe per farle sue. Notiamo delle grandi somiglianze caratteriali e fisiche con il Dio greco Pan, figlio di Ermes e della ninfa Driope, divinità non olimpica dall'aspetto appunto di satiro, legata alle selve e alla natura e con Sileno, figlio di Pan e di un'altra ninfa, vecchio bonario e corpulento con doti divinatorie di cui abbiamo parlato poc'anzi. E infatti la corrispondenza romana di Pan era proprio in Fauno/Silvano. Antiche leggende narrano anche che i Fauni, intesi come servitori del Dio Fauno, avrebbero inoltre abitato in epoche remote, il territorio sul quale sarebbe stata fondata Roma. In epoca cristiana, in seguito alla messa al bando del paganesimo, molte divinità vennero demonizzate. È in questo contesto di profondo cambiamento sociale e religioso che Fauno, (così come Sileno), sembra perdere per sempre la sua singolarità per essere associato in tutto e per tutto ai Satiri e ai Sileni di origine greca. Satiri, Sileni, Fauni e Silvani, (tutti al plurale), cornuti e con le zampe caprine, divennero rappresentazione classica e ancora attuale del diavolo cristiano e dei suoi seguaci infernali. In epoca medievale persino il demone Incubo (dal latino "incubare", "giacere sopra") veniva immaginato con le sembianze di un satiro/fauno. Questa creatura faceva parte della tradizione romana: era un genio malefico che di notte opprimeva chi dormiva, giacendo sopra il malcapitato. Nel caso di donne, gli Incubi potevano accoppiarsi con le dormienti, generando gravidanze indesiderate. Molti disturbi del sonno, dai brutti sogni al terrore notturno, venivano addebitati alla visita di queste creature. Non dimentichiamoci comunque che gli antichi reputavano coerente che persino un Dio, mutando la sua forma, potesse accoppiarsi con qualche donna nel sonno, lasciandola in cinta di futuri uomini straordinari. Il mito degli Incubi trovò terreno fertile nel Medioevo cristiano. L'Incubo divenne una sorta di manifestazione demoniaca, ancora più malvagia e perversa, in grado di uccidere le proprie vittime nel sonno, prosciugandole dell'energia vitale per poi soffocarle.

La natura dei Satiri

Erano goliardici e gioviali. Amavano il sesso e i piaceri della vita. Non resistevano alla visione delle ninfe. Le inseguivano e le braccavano per possederle. Adoravano suonare il flauto e ubriacarsi con il buon vino. Nell'immaginario collettivo, soprattutto in epoca rinascimentale, il Satiro divenne sinonimo di spensieratezza e allegria. Eppure nel mondo degli antichi, i Satiri erano presenze oscure e inquietanti. Le selve in cui vivevano erano quasi inaccessibili all'uomo. Erano luoghi misteriosi e chi vi entrava aveva il terrore di non poterne più uscire. I Satiri erano creature selvatiche e lascive, metà uomo e metà animale capaci di una violenza selvaggia e incontrollabile. All'inizio della tradizione mitologica greca, i Satiri possedevano una natura equina, quasi al pari dei centauri, altre creature che circolavano per i boschi con intenzioni tutt'altro che pacifiche. In epoca più tarda cominciarono a essere immaginati di natura caprina, pertanto contraddistinti da piccole corna in testa, orecchie a punta, zoccoli caprini e coda. Ritorna una delle teorie sulla distinzione tra Satiri e Sileni, i primi appunto con attributi di capra, i secondi con caratteristiche equine. Il loro "capo" era il famoso Sileno ma sopra di lui c'erano le due divinità più controverse del pantheon ellenico, Pan e Dioniso. Pan, signore dei pascoli, della campagna e delle selve era un Dio grottesco e bizzarro, rappresentato spesso con un fallo di enormi proporzioni al pari di Priapo, divinità minore della forza sessuale maschile, risalente all'epoca ellenistica. Pan percorreva i boschi emettendo urla terrificanti contro chiunque che anche solo con la sua presenza, lo disturbasse. Dal suo nome deriva infatti il sostantivo "panico". Questa divinità ibrida dal volto barbuto e dall'espressione terribile non nascondeva il suo lato animalesco, anzi lo esaltava in un crescendo di istinti per nulla repressi. Amava suonare il flauto e ballare ma soprattutto ricercava il sesso, vissuto il più delle volte con violenza animalesca. Voleva possedere le ninfe ma non disdegnava di soddisfare le sue voglie anche con gli animali, soprattutto con le capre. Tutto ciò che riguardava la sessualità consumata con ardore e violenza sembrava confluire nei comportamenti di questo Dio e dei suoi Satiri accoliti. Persino il flauto di Pan sarebbe stato generato da un atto di violenza carnale: il tentato stupro della ninfa Siringa, trasformata dalle Naiadi in una canna palustre per sfuggire alle brame del Dio caprino. Ma la canna in questione, mossa dal vento, emetteva un suono delicato. Pan ne fu talmente attratto che la prese per costruirci un flauto al quale diede il nome della Ninfa. Si nota, dopo tutto questo discorso, la vera natura di Pan; giocoso e gioviale ma in grado di mutarsi in un istante in un essere dal furore mortale. E i Satiri erano del tutto simili a Pan. In base alle fonti i Satiri sarebbero stati compagni di gozzoviglie di Pan ma servitori assoluti di Dioniso, figlio di Zeus, Dio dell'estasi, del vino e dell'ebbrezza. Un Dio in perenne movimento, dalla natura multiforme in grado di portare negli uomini gioia e autentica follia mistica. Seguito da un corteo di bestie a lui sacre (le pantere in primis), donne euforiche (Menadi) e appunto Satiri, Dioniso era in grado di generare un tripudio di scelleratezza e possessione divina. Nelle rappresentazioni artistiche, e ne abbiamo un esempio anche nel mondo romano nei famosi affreschi della Villa dei Misteri di Pompei, ritroviamo Dioniso circondato dai suoi più stretti seguaci, Satiri, Sileni e Menadi. Osserviamo infatti il terzo episodio delle pitture pompeiane di cui sopra: c'è un panciuto Sileno sulla sinistra (gli anziani Sileni di solito guidavano i cortei dionisiaci), a seguire un Satiro intento a suonare il flauto, poi un altro Satiro nell'atto di accudire un cerbiatto e una capra, animali sacri a Dioniso. Infine una Menade che danza invasata. Nella scena successiva, ecco di nuovo un Sileno a sinistra nell'atto di porgere uno skyphos a un Satiro che sembra guardarci dentro. Al centro il trionfo di Dioniso mollemente adagiato tra le braccia di Afrodite (probabilmente).

 Terzo episodio delle pitture della Villa dei Misteri di Pompei  Quarto episodio delle pitture della Villa dei Misteri di Pompei

Conclusioni

Abbiamo compreso come la natura dei Satiri e dei Sileni era pericolosamente ambivalente. Se da un lato apparivano come esseri grotteschi, burloni e persino simpatici, dall'altro nel loro sguardo torvo, nel sorriso ambiguo e nel comportamento lascivo si nascondeva una violenza brutale in grado di uccidere. La stessa frenesia che animava le azioni di Pan nelle sue scorribande selvagge e senza controllo. Ritroviamo questo dualismo anche nella follia dionisiaca. I cortei del Dio dell'ebbrezza non erano soltanto una processione notturna di persone invasate dal vino e dalla musica che all'alba crollavano al suolo in un pesante sonno ristoratore. La mancanza di freni inibitori conduceva spesso alla perdita di controllo e alla violenza, sconvolgendo le esistenze degli uomini. L'estasi dionisiaca poteva essere sinonimo di morte e di una discesa senza ritorno negli istinti più infimi. Tutta la mitologia era imperniata su questo confronto costante tra la luce e le tenebre, il gioioso e il terribile. Il mondo dei Satiri, dei Sileni e dei Fauni non era da meno, anzi nell'esaltazione degli istinti e della forza primordiale della Natura ne è forse l'esempio più indicativo.

Bibliografia e immagini
- "Demoni, mostri e prodigi", Giorgio Ieranò. Sonzogno Editore.
- "Almanacco Pagano. Festività e miti dell'Antica Roma", Pandemia. Macro Edizioni.
- "La Religione romana arcaica", Georges Dumézil. Bur, Biblioteca Univ. Rizzoli.
- "Miti Romani. Il racconto", Licia Ferro. Einaudi Editore.

Data di pubblicazione articolo: 05  agosto 2019
"Due Satiri" di Pieter Paul Rubens (1577-1640)
"Due Satiri" nel dipinto del pittore fiammingo Pieter Paul Rubens (1577-1640).
"Venere, Cupido e Satiro" di Correggio (1489-1534)
"Venere, Cupido e Satiro" di Correggio (1489-1534) .
"Pan insegue Siringa" di Hendrick van Balen (1575–1632)
"Pan insegue Siringa" di Hendrick van Balen (1575–1632).
"Baccante e Satiro" di Bénigne Gagneraux (1756–1795)
"Baccante e Satiro" di Bénigne Gagneraux (1756–1795).
"Le donne di Anfissa" di Lawrence Alma-Tadema (1836–1912)
Il risveglio delle Menadi dopo una notte di follia nel dipinto "Le donne di Anfissa" di Lawrence Alma-Tadema (1836–1912).
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