Romolo e Remo: il mito e i sacri confini nella fondazione di Roma - Il Sapere Storico. De Historia commentarii

Il Sapere Storico
Vai ai contenuti
Romolo e Remo e i sacri confini di Roma...

Il mito della fondazione di Roma attraversa le vicende di due gemelli, Romolo e Remo, salvati da una lupa e destinati a cambiare la storia del mondo. Uniti da un’origine divina e da un destino comune, finirono però divisi per sempre da un gesto tragico che sancì la nascita dell’Urbe e la sacralità dei suoi confini.
Articolo a cura di Andrea Contorni
Il Sapere Storico - "Fuga di Enea da Troia" di Federico Barocci
Le origini troiane del mito fondativo di Roma
Da Enea a Lavinium: la genealogia leggendaria della città eterna

Romolo e Remo sarebbero nati il 24 marzo del 771 a.C., una data desunta dal "Breviarum ab urbe condita" dello storico romano del IV secolo Flavio Eutropio. Abbiamo due fratelli che condivisero un destino comune fino a quel fatidico 21 aprile del 753 a.C., quando Romolo fondò la città che avrebbe dominato il mondo conosciuto e Remo trovò una terribile morte. La tradizione che racconta le nascita di Roma affonda le proprie radici nel mito troiano. Dopo la caduta di Troia per mano degli Achei guidati dai fratelli Agamennone e Menelao, alcuni superstiti troiani abbandonarono la città in fiamme e viaggiando per mare giunsero sulle coste del Lazio al termine di un lungo peregrinare. A guidarli era Enea, figlio del mortale Anchise, un cugino del re Priamo, e di Afrodite/Venere, dea della bellezza. Secondo il racconto dell'Eneide di Virgilio, Enea fondò la città di Lavinium in onore della nuova consorte che di nome faceva Lavinia, figlia di Latino, re di Laurentum. L'VIII libro del poema virgiliano narra di un prodigio che segnò il destino della stirpe di Enea: una scrofa bianca diede alla luce trenta porcellini, simbolo dei treant'anni che sarebbero dovuti trascorrere prima della fondazione di una nuova città. L'Eneide, capolavoro letterario di Virgilio, scritta dal 27 a.C. al 19 a.C., elaborò un convincente mito della fondazione, associando Roma al personaggio di Enea e ai miti omerici. Si legittimava in tal modo il profondo legame tra la civiltà romana e quella greca, nobilitando i valori della tradizione capitolina e la stessa dinastia giulio-claudia come discendente da eroi e divinità alla base delle origini comuni di Roma e di Troia.

«Canto le armi e l'uomo che per primo da Troia
venne in Italia profugo per volere del Fato,
sui lidi di Lavinio. A lungo travagliato e su terra
e su mare dalla potenza divina, a causa dell'ira tenace della crudele Giunone,
molto soffrì anche in guerra: finché fondò una città,
e istituì nel Lazio i Penati di Troia,
origine gloriosa per la razza latina e albana, e per le mura della superba Roma.
O Musa, raccontami tu le ragioni di tanto doloroso penare: raccontami l'offesa,
il rancore per cui la regina del cielo costrinse un uomo famoso
per la propria pietà a soffrire così, a superare tali
fatiche. Di tanta ira sono capaci i Celesti?»

Se analizziamo il proemio dell'Eneide, in poche righe ritroviamo la spiegazione dell'intera progettualità virgiliana.
  • "Canto le armi e l'uomo...": si manifesta subito il legame con i grandi poemi omerici. Nell'Iliade era cantata la guerra, nell'Odissea le peripezie dell'uomo. Nell'Eneide Virgilio fonde epica e introspezione, rielaborando i modelli greci.
  • "... profugo per volere del fato..." evidenzia come il difficoltoso viaggio di Enea sia necessario ed inevitabile per la fondazione di Roma.
  • "... fondò una città, e istituì nel Lazio i Penati di Troia": ecco servito il collegamento tra la futura Roma e Troia.
Il Sapere Storico - "Romolo e Remo allattati dalla lupa" di Rubens

🔎 Approfondimento - Il nome segreto di Roma e la sacralità del pomerium

Il rispetto del pomerium, il confine sacro della città, non era soltanto una questione rituale, ma rappresentava uno dei pilastri più profondi della religione romana. Questo legame tra spazio urbano e dimensione divina si riflette anche in uno degli aspetti più misteriosi dell’Urbe: il suo nome segreto.

Secondo la tradizione, Roma custodiva un nome arcano, conosciuto solo da pochi sacerdoti, la cui rivelazione avrebbe potuto esporre la città ai nemici e agli dèi ostili. Un segreto così potente da costare la vita a chi osò divulgarlo.

👉 Leggi anche: Il nome segreto di Roma, il mistero di Quinto Valerio Sorano

La nascita di Alba Longa e la stirpe dei re latini
Da Ascanio ai fratelli Numitore e Amulio

Trent'anni dopo la fondazione di Lavinium, il figlio di Enea Ascanio, detto anche Iulo, fondò Alba Longa, città destinata a diventare il centro della stirpe latina. Dopo varie generazioni di re leggendari giunse al potere Proca. Tredicesimo dei leggendari sovrani latini, Proca era figlio di Aventino e regnò su Alba Longa per ben trentasette anni. Era il bisnonno di Romolo e Remo perché padre di Numitore ed Amulio. Quando morì, i due fratelli si spartirono l'eredità: Numitore ricevette il regno, mentre Amulio ottenne il tesoro regio. L'equilibrio durò poco. Amulio, desideroso di potere, spodestò il fratello, uccise i discendenti maschi durante una battuta di caccia e costrinse la nipote Rea Silvia a diventare vestale, obbligata quindi al voto di castità. Scrive Tito Livio nell'opera Ab Urbe condita:

«Ma la violenza prevalse sulla volontà del padre e sul rispetto dovuto all'età maggiore: Amulio caccia il fratello e s'impossessa del regno. Aggiunge poi delitto a delitto: spegne la discendenza maschile del fratello [...]»

La nascita di Romolo e Remo
Il prodigio divino e il salvataggio della lupa dalle acque del Tevere

Il dio Marte si invaghì di Rea Silvia e la fece sua in un bosco sacro mentre la donna era andata ad attingere acqua presso una fonte. Dalla loro unione nacquero due gemelli: Romolo e Remo. Amulio imprigionò la nipote (Dionigi di Alicarnasso racconta che fu seppellita viva) e ordinò che i piccoli fossero uccisi. I neonati vennero deposti in una cesta e portati da due soldati o schiavi sulle rive del Tevere. Lì vennero abbandonati alla corrente. La cesta si fermò davanti a una grotta collocata alla base del Palatino, detta Lupercale perché sacra a Marte e a Fauno Luperco. Qui avvenne uno degli episodi più celebri della mitologia romana. Una lupa, attirata dai vagiti dei gemelli, li trasse a riva e li allattò. Un picchio, anch'esso animale sacro a Marte come il lupo, procurò loro altro cibo. Passata la "prima emergenza", Romolo e Remo furono trovati dal pastore Faustolo che li accudì come fossero figli suoi insieme alla moglie Acca Larenzia in un capanna posta sulla sommità del Palatino. I gemelli crebbero forti e valorosi dimostrando fin da giovanissimi, soprattutto Romolo, una forte attitudine al comando. Racconta sempre Tito Livio:

«Fortificato così il corpo e l'animo non solo respingevano le fiere, ma assalivano anche i predoni carichi di bottino e spartivano la preda fra i pastori, e seguiti da una schiera ognora crescente di giovani con essi dividevano fatiche e giochi.»

Un giorno gli scapestrati fratelli incamparrono in una banda più forte e numerosa della loro. Remo fu preso prigioniero e accusato di aver compiuto scorrerie nelle terre di Numitore. Portato davanti al re Amulio, fu da questi affidato proprio a Numitore. Ci volle poco al nonno per capire che il prigioniero fosse uno dei suoi nipoti perduti. Nel frattempo Romolo era venuto a conoscenza della sua stirpe regale dal pastore Faustolo. Raccolse un mezzo esercito di giovani vogliosi di menar le mani e si diresse ad Alba Longa. Raggiunti da Remo liberato dal nonno, assaltarono la città. Uccisero Amulio e rimisero sul trono Numitore. Ma i fratelli non erano destinati a rimanere ad Alba Longa. Gli dèi avevano deciso ben altro per loro. Numitore approvò la fondazione di una nuova città sulle rive del Tevere, lì dove i due erano cresciuti. Romolo e Remo partirono per una nuova avventura che avrebbe segnato la grandezza di uno e la fine dell'altro.
Il Sapere Storico - "Romolo e Remo raccolti da Faustolo" di Pietro da Cortona

🔎 Approfondimento - Dalla monarchia alla Repubblica

Secoli dopo Romolo, Roma visse un altro passaggio decisivo della sua storia: la caduta della monarchia e la fine del regno di Tarquinio il Superbo.

👉 Leggi anche: Lucio Giunio Bruto e la caduta di Tarquinio il Superbo

La scelta del colle e il rituale sacro della fondazione di una città romana
Il mundus, il solco primigenio e la nascita del pomerium

Premetto che del mito di Romolo e Remo esistono diverse versioni che differiscono l'una dall'altra per tanti grandi e piccoli particolari. Lo stesso Livio riporta due varianti circa la morte di Remo. Ne abbiamo una ancora più tragica nel racconto di Plutarco e una davvero curiosa nell'opera storica Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum, attribuita a Lucio Anneo Floro. Veniamo alla leggenda; Romolo occupò il Palatino e Remo l'Aventino. Entrambi dovevano attendere gli auspici per fondare una nuova città perché essendo gemelli non vi era diritto di età. A Remo sarebbero apparsi sei avvoltoi. Subito dopo Romolo ne vide dodici. Si animò una rissa armata tra seguaci dell'uno e dell'altro. Remo cadde nella ressa. Prima di raccontare le altre due interessanti versioni tra cui quella più universalmente riconosciuta, intendo spiegare il preciso rituale religioso che si svolgeva in occasione della fondazione di un insediamento in epoca romana. La fondazione di una città non era un semplice atto urbanistico, ma un rito sacro di straordinaria importanza, attraverso il quale lo spazio veniva sottratto al caos della natura e consacrato agli dèi. Dopo aver interrogato la volontà divina tramite gli auspici, il fondatore tracciava il solco primigenio (sulcus primigenius) utilizzando un aratro trainato da un toro e da una vacca dal manto bianco. Questo gesto non aveva solo un valore simbolico: definiva un confine invalicabile che separava il mondo urbano dallo spazio esterno. Il solco primigenio indicava il percorso lungo il quale sarebbero state erette le mura cittadine. Non era continuo in corrispondenza dei punti destinati alla future porte: qui l'aratro veniva sollevato a indicare i soli varchi consentiti tra interno ed esterno. Accanto a questo gesto si collocava la creazione del mundus, una fossa rituale scavata nel punto centrale della futura città, all'incrocio esatto tra le due strade principali, all'interno della quale venivano deposti oggetti simbolici e offerte votive, a sancire il legame tra la comunità, la terra e le divinità. La fascia sacra adiacente al solco primigenio era il pomerium (dal latino post-moerium, "dietro le mura"). Reso stabile e visibile nel tempo grazie ai cippi pomerii, il pomerium era uno spazio consacrato agli deì e rappresentava il vero limite religioso e giuridico della città. All’interno del pomerium vigevano norme rigorose: non era consentito costruire o seppellire i morti né introdurre armi o eserciti, perché quello spazio era considerato inviolabile e protetto. Il pomerium avrebbe inoltre impedito alle forze maligne di penetrare nell'abitato, ergendosi come una barriera invibile a sua protezione. La città nasceva così non soltanto come insediamento umano, ma come entità sacra, fondata su un confine che era al tempo stesso religioso, politico e identitario. Fu proprio la violazione di questi limiti, secondo la tradizione, a causare il drammatico gesto di Romolo contro Remo, trasformando il primo solco tracciato sul Palatino in uno dei simboli più potenti della civiltà romana.

Il fratricidio che segnò la nascita di Roma
Remo oltrepassa il pomerium e Romolo lo uccide. La sacralità del pomerium nella civiltà romana

Nel giorno 21 aprile del 753 a.C. Roma sarebbe stata fondata. Romolo avrebbe tracciato il solco primigenio e stabilito il pomerium a protezione della nuova città. Ho già parlato della versione del mito secondo cui Remo morì nel contesto di una furiosa rissa tra sostenitori dell'uno e dell'altro fratello. Tuttavia la versione più diffusa racconta che Remo, irato per l'esito degli auspici, abbia varcato con arroganza il solco primigenio, invadendo in armi lo spazio sacro del pomerium. Romolo pertanto lo avrebbe considerato di fatto il primo invasore di Roma, uccidendolo quasi senza pietà. Narra Tito Livio che avvenuto il fratricidio, Romolo esclamò:

«"Questa sorte avrà chiunque altro oltrepasserà le mie mura". Così Romolo rimase solo padrone del potere, e la nuova città prese il nome del fondatore.»

Plutarco parla invece di un terribile inganno ordito da Romolo ai danni del fratello sul numero degli avvoltoi avvistati. La vittoria di Romolo sarebbe stata una frode. Remo, appoggiato da un nutrito numero di sostenitori, tra cui l'anziano pastore Faustolo con il fratello Plistino, mosse contro Romolo che era intento a scavare il solco primigenio. Avvenne una furiosa rissa. Remo passò il solco e un certo Celere, messo a guardia del confine della neonata Roma (o lo stesso Romolo), lo colpì a morte. Celere rientra anche nella versione raccontata nell'Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum: il fedelissimo di Romolo era stato messo a guardia del confine sacro dell'Urbe con l'ordine di uccidere chiunque lo avesse superato. Un ignaro Remo, non conoscendo gli ordini del fratello, distrattamente lo passò con un salto. Cadde trafitto dalla spada di Celere. Romolo ne fu addolorato ma dinanzi al popolo di cui ormai era sovrano, evitò di piangere.

Gli autori antichi si interrogarono sul fratricidio alla base della fondazione di Roma, elaborando diverse interpretazioni. Tito Livio ne fornisce due. In una attribuisce la contesa tra i due fratelli al male atavico della brama di potere. Nella seconda ribadisce il concetto dell'inviolabilità del confine sacro dell'insediamento. Strabone e Plutarco insistono sulla gravità della violazione compiuta da Remo ma insinuano che alla base della vittoria di Romolo ci sia stato un inganno vero e proprio. Cicerone, Orazio e Lucano videro invece nel fratricidio una sorta di maledizione simbolica, alla base di tutte le guerre civili che avrebbero lacerato Roma nei secoli. Gli autori cristiani, tra cui Giustino, Tertulliano e Agostino, interpretarono il gesto come il "peccato originale" del popolo romano.

La sacralità del pomerium nella civiltà romana
Il principio religioso che proteggeva l’identità dell’Urbe

Secondo la tradizione, il giovane Romolo quando fondò Roma e nel difendere il solco primigenio, pronunciò la frase di fuoco che ho riportato poco sopra. Con quelle parole e con l'uccisione del fratello, Romolo stabilì uno dei principi fondamentali della civiltà romana: la sacralità del pomerium. Il rispetto di questo spazio sacro sopravvisse per secoli e rappresentò uno dei pilastri della forza e della perseveranza romana. Da quel primo solco primigenio tracciato sul Palatino nacque una città destinata a trasformarsi da un semplice villaggio di pastori al cuore di un impero che avrebbe dominato il mondo antico.

Bibliografia e immagini
  • "Storia romana", Giovanni Geraci e Arnaldo Marcone. Le Monnier Università.
  • "Fonti per la Storia romana", Giovanni Geraci e Arnaldo Marcone. Le Monnier Università.
  • "La Civiltà dell'Antica Roma", Pierre Grimal, Newton Compton Editore.
  • "Gli assedi di Roma", Andrea Frediani. Newton Compton Editore.
  • "Testo Atlante di Storia Antica", S. Crinò, Soc. Editrice Dante Alighieri.
  • Tito Livio ("Ab Urbe Condita"), Virgilio ("Eneide"), Plutarco ("Vita di Romolo").
  • "Il proemio dell'Eneide: testo, parafrasi e spiegazione", articolo di Francesca Mondani.
  • Immagini e fotografie di pubblico dominio, ove non diversamente specificato. Fonte Wikipedia.
  • Data di pubblicazione dell'articolo: 21 marzo 2026
Licenza Creative Commons
I contenuti del sito "Il Sapere Storico. De Historia commentarii" ove non diversamente indicato sono distribuiti con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Torna ai contenuti